Veneziano e Il Genius Saeculi

2010

“E ringraziate che ci sono io, che sono una moltitudine”

(Andrea Pazienza)

L’arte è prima di tutto una testimonianza del tempo, un’espressione delle forze e delle urgenze che operano in un dato periodo. Se l’opera d’arte non riflettesse il mondo in cui è stata concepita allora il suo valore sarebbe necessariamente ridotto. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che anche l’individuo, ossia l’artista, con la propria personalità, è altrettanto importante. Ed è vero. L’artista, in quanto singolarità, è un testimone parziale, ma allo stesso tempo privilegiato, del proprio tempo, poiché è in grado di esprimere ciò che sta ai margini della coscienza per la maggioranza degli individui, ciò che la moltitudine avverte solo in maniera vaga e imprecisa.

Giuseppe Veneziano ha assunto un ruolo chiave in questo senso. Più volte si è autodefinito un semplice “cronista dell’arte”, con l’intenzione di difendersi dalle accuse che gli sono state rivolte di voler a tutti i costi provocare e scandalizzare il pubblico. L’idea dell’artista è, invece, di rispecchiare attraverso la sua opera le ossessioni dominanti della società contemporanea. In un’intervista Veneziano sosteneva che “l’arte non si occupa di sole bellezze e meraviglie, ma anche degli aspetti meno piacevoli della realtà.  Come il dolore. Se un’opera d’arte tratta una tematica violenta o utilizza immagini violente, non è l’artista che sta speculando sul dolore, ma è la società stessa che lo sta facendo”[1]. Insomma, il compito dell’artista è di essere, nel bene e nel male, figlio del proprio tempo. Incarnare lo spirito di un’epoca può significare molte cose diverse. Nella filosofia dell’Ottocento e del Novecento si usa il termine zeitgeist, un’espressione che, in qualche modo, eredita il concetto latino di genius saeculi e che oggi sta a indicare l’insieme di elementi caratterizzanti un periodo storico. Se per i filosofi materialisti ad influire sullo zeitgeist sono le sovrastrutture sociali, come le istituzioni e gli ordinamenti politici, per i pensatori spiritualisti è la somma delle vicende interiori degli individui. Appartenente di diritto alla prima categoria, quella degli utilitaristi, edonisti ed epicurei, Veneziano individua nei mass media la cartina di tornasole dello spirito del tempo. Sono i media, infatti, che ci rimandano l’immagine più fedele della realtà che ci circonda. I broadcaster, i giornalisti, gli attori, i musicisti, i presentatori, i politici, le starlette di turno partecipano alla rappresentazione di un mondo che proietta i propri sogni e desideri sugli schermi a cristalli liquidi del grande fratello globale (quello Orwelliano, naturalmente). Veneziano assume la fiction come pietra di paragone della realtà. Per lui il mondo della rappresentazione finzionale, così come è espressa dai mezzi di comunicazione di massa, coincide con la realtà stessa. Come dire, siamo ciò che mostriamo di essere, ciò  che produciamo, si tratti di notizie, film, romanzi, fumetti, cartoni animati, arte o architettura. Non c’è una sostanziale differenza tra fiction e realtà, se non che la prima è, tutto sommato, la proiezione delle idee e delle aspirazioni della seconda. Per questa ragione, Veneziano sceglie di affrontare temi come la politica, il sesso e la religione, verso i quali si dirige maggiormente l’attenzione della pubblica opinione. Si tratta, come ha dichiarato l’artista in una recente intervista, di tre parametri che lo  aiutano “a valutare il clima culturale di ogni epoca”[2]. Ma è anche vero che sono argomenti assai delicati, che possono irritare la sensibilità del pubblico.

Scandalo, provocazione, oscenità sono termini ricorrenti nella pubblicistica su Giuseppe Veneziano. Basti pensare all’enorme mole di articoli usciti su Occidente Occidente, un ritratto di Oriana Fallaci decollata, simbolo, a suo dire, della paura collettiva nei confronti della cultura islamica. Lo stesso dicasi per la famigerataMadonna del Terzo Reich, dove la dadaistica associazione tra nazismo e religione, peraltro non inedita nell’arte contemporanea, ha suscitato le ire di notabili politici e capi religiosi durante l’edizione 2009 di Art Verona. In quell’occasione, intervenne a difesa dell’artista perfino lo scrittore Aldo Busi.

Veneziano non è nuovo a questo genere di polemiche. Qualcuno ricorderà la contestatissima copertina di Flash Art con i ritratti di Osama Bin Laden e Maurizio Cattelan impiccati, che seguiva di poco il clamore provocato dai famosi tre manichini appesi ad un albero in Piazza XXIV Maggio a Milano. Anche in quel caso, si gridò allo scandalo, ma a farlo, questa volta, non fu il grande pubblico generalista, bensì quello degli “addetti ai lavori”, con Giancarlo Politi nelle vesti di sottile provocatore e Gian Marco Montesano in quelli dello zelante difensore della levità in arte. Quella di Cattelan però, non quella di Veneziano.

A proposito del conformismo, Pier Paolo Pasolini Scriveva: “chi si scandalizza è sempre banale: ma, aggiungo, è anche sempre male informato”[3]. Veneziano dimostra non solo di essere informato, ma di aver profondamente capito la natura  della pubblica opinione. Ancora Pasolini diceva, a proposito degli italiani piccolo-borghesi, che “si sentono tranquilli davanti a ogni forma di scandalo se questo scandalo ha dietro una qualsiasi forma di opinione pubblica o di potere: perché essi riconoscono subito, in tale scandalo, la possibilità di istituzionalizzazione, e, con questa possibilità, essi fraternizzano”[4]. Veneziano ha beninteso questo sentimento di confidenza che gli italiani avvertono nei confronti dello scandalo, che permette ad ognuno di riconoscere, e quindi esprimere, pulsioni altrimenti inconfessabili. Un’opera, per certi versi epocale, come Novecento, una surreale orgia sospesa tra realtà e finzione, che illustra l’eterno amplesso tra sesso e potere, dimostra con quanta precisione Veneziano abbia saputo individuare tra le pieghe dell’immaginazione collettiva lo spirito della nostra epoca. E questo, prima che scoppiassero i vari sexgate che hanno caratterizzato la recente cronaca politica italiana. Eppure, è bene sottolineare che l’atteggiamento dell’artista nei confronti degli accadimenti della cronaca non è mai moralista. Veneziano indica eventualità che possono legittimamente svilupparsi a partire dallo scenario attuale. Come ho scritto a suo tempo, egli è un abile fabbricatore di trappole mediatiche. Parte dalla realtà, o dalla fiction - che poi, abbiamo detto, sono l’una il riflesso dell’altra - e dipinge “ipotesi” che il mondo puntualmente conferma.

Per lui valgono i versi di una famosa canzone di Franco Battiato, che recita: “e non è colpa mia se esistono carnefici, se esiste l’imbecillità, se le panchine sono piene di gente che sta male”[5]. Parole molto simili a quelle che, più recentemente, ha scritto su Veneziano Luca Beatrice: “il mondo fa schifo: che può farci un povero pittore se non registrarne le assurdità, le anomalie, le storture e premere il dito nella piaga?”[6]. Ecco, è in questo senso che l’artista si sente cronista, dunque osservatore dei fatti reali e immaginari che concernono la nostra epoca. Il suo obbiettivo è quello di fornire un’immagine disincantata e oggettiva della società contemporanea, dominata dai gossip e dalla violenza del potere mediatico ed economico. La citazione, attraverso la modalità tipica della sostituzione di uno o più personaggi dell’immagine originaria, è per Veneziano uno strumento di analisi del passato e del presente. Le sue goliardiche re-interpretazioni in chiave supereroistica di madonne rinascimentali, così come le opere più surrealiste, quali La Madonna del Terzo Reich e Il Grande Rifiuto (quest’ultima è un’annunciazione con Morticia Addams nei panni della Vergine Maria), sono per Veneziano occasioni per accostare mostri sacri come Michelangelo, Raffaello e Leonardo, con artisti contemporanei quali Marina Abramovic, Maurizio Cattelan e Jeff Koons, ma anche personaggi dello spettacolo come Kate Moss e Paris Hilton con gli eroi gloriosi del fumetto american. Insomma, il sacro diventa per l’artista un paradigma della cultura popolare, esattamente come succedeva nel Rinascimento, quando committenti, mercanti e notabili venivano ritratti nei panni di personaggi bilblici o mitologici. Per Veneziano la “modernità” è prima di tutto “contemporaneità”, ossia convivenza simultanea di passato e presente, di realtà e finzione, di menzogna e verità entro i confini di un'unica dimensione fluida e indifferenziata. Quella, davvero post-moderna, della nuova arte pop.

 

 

[1]Giuseppe Veneziano,La Rivoluzione d’Agosto, a cura di Ivan Quaroni, Ikonos edizioni, Bergamo, 2007.

[2]Elena Torresani, intervista a Giuseppe Veneziano, www.aftersix.it

[3]Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, pag. 139, L'Unità/Einaudi, Roma, 1991

[4]Pier Paolo Pasolini, Il caos. L'«orrendo universo» del consumo e del potere, 13 agosto 1968, a cura di Gian Carlo Ferretti, Editori Riuniti, Roma, 1998.

[5]Franco Battiato, Up Patriots to Arms, contenuta nell’album Patriots, Emi, 1980.

[6]Tanto di cappello, Italians Do it better, a cura di Luca Beatrice, catalogo della mostra omonima, Angel Art Gallery, Milano, 2009.

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